Ai sensi del D.
Lgs. 11 aprile 2006, n.198 (in Suppl. ordinario n. 133 alla Gazz. Uff., 31
maggio, n. 125). - Codice delle pari opportunità tra uomo e donna –
costituiscono disciriminazioni:
a)
qualsiasi disposizione, criterio, prassi,
atto, patto o comportamento, nonché l'ordine di porre in essere un atto o un
comportamento che produca un effetto pregiudizievole, discriminando le
lavoratrici o i lavoratori in ragione del loro sesso e, comunque, il
trattamento meno favorevole rispetto a quello di un'altra lavoratrice o di un
altro in situazione analoga (c.d. discriminazione
diretta: art. 25 D.Lgs. 198/2006);
b)
una disposizione, un criterio, una prassi, un
atto, un patto o un comportamento apparentemente
neutri che mettono o possono mettere i lavoratori di un determinato sesso
in una posizione di particolare svantaggio rispetto a lavoratori dell'altro
sesso (c.d. discriminazione
indiretta) (art. 25 D.Lgs. 198/2006; art. 2 n. 2 Dir. CE 76/207/CEE);
c)
ogni trattamento meno favorevole in ragione
dello stato di gravidanza, maternità o paternità (anche adottive: art. 25, c. 2 bis, D.Lgs. 198/2006);
d)
le molestie (art. 26 D.Lgs. 198/2006), che consistono in
quei comportamenti indesiderati, posti in essere per ragioni connesse al sesso,
o a connotazione sessuale (c.d. molestia sessuale), aventi lo scopo o l'effetto di violare la
dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima
intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo (c.d. molestia ambientale).
All'interno del concetto di discriminazione diretta
rientrano le forme di discriminazione c.d. occulta o dissimulata che
colpiscono tutti gli appartenenti ad un sesso, escludendoli globalmente da
alcuni benefici o opportunità.
La legge prende in esame, inoltre, la discriminazione collettiva, cioè un comportamento o un atto che lede l'interesse di più lavoratori, anche se non individuabili in modo immediato e diretto. Tale discriminazione può riguardare un comportamento suscettibile di avere effetti discriminatori su una serie di lavoratori già individuati o individuabili in un momento successivo.
La legge prende in esame, inoltre, la discriminazione collettiva, cioè un comportamento o un atto che lede l'interesse di più lavoratori, anche se non individuabili in modo immediato e diretto. Tale discriminazione può riguardare un comportamento suscettibile di avere effetti discriminatori su una serie di lavoratori già individuati o individuabili in un momento successivo.
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